martedì 1 settembre 2015

DULCIS ANIMALIA. Le creature fantastiche nell'opera dell'artista Stefania Cordone


Chi è Stefania Cordone?


Ecco la domanda che tra tutte lascio per ultima. Non mi piace definirmi. Mi sembra di dover porre un limite a qualcosa che vorrei fosse continuamente in movimento, cangiante e indefinibile. Così mi piace pensarmi. Forse tra tutte le definizioni che potrei mettere nero su bianco preferisco scegliere questa che racconta una parte di me fondamentale, quella che cerca di sottrarsi di continuo alla banalità e alla fossilizzazione.


 


Cosa rappresenti nelle tue opere?


I soggetti che rappresento, soprattutto da due anni a questa parte, sono delle creature fantastiche, evocazioni animalesche, bestie inventate che, pur avendo denti aguzzi e bocche enormi, hanno sempre uno sguardo tenero e innocente. Sono degli esseri grotteschi e in quanto tali hanno bisogno di uno sguardo più profondo per capirne la dolcezza. Non vogliono raccontare nulla in particolare; vogliono solo esistere in se stessi.Il grottesco è ciò che prediligo, ma ovviamente "per lavoro" mi capita di dover utilizzare altri registri. Che non disdegno.

 

Che stato d'animo hai quando le realizzi?


Non ho uno stato d’animo precisamente identificabile. 

Sono molto concentrata, relegata nell’unico luogo esistente in quel momento, uno spazio astratto, a tratti metafisico, in cui la sola urgenza è quella di far “funzionare” l’immagine su cui sto lavorando

A volte sono in uno stato di grazia, quando trovo l’intuizione giusta, quando, ad un certo punto improvviso, è l’immagine a condurmi quasi come se prendesse vita propria, autonoma rispetto alla mia volontà che in quel caso non può che farsi condurre. Altre volte, invece, sono molto frustrata; quando non riesco a dialogare con ciò che ho di fronte, che sia carta, tela o muro; quando, dopo ore di lavoro, mi sembra di restare al di fuori di ciò che sto facendo, in uno stato di separazione che non trova un senso. Fortunatamente, la base comune dei due estremi è il piacere del fare, nel senso più artigianale del termine.






Che domande credi si possa porre il fruitore dinnanzi ad esse?


Credo che la domanda più frequente sia da dove vengono queste creature. Almeno è quella che mi hanno posto più spesso. Una risposta potrebbe essere quella di citare alcuni riferimenti per me molto presenti, che vanno da Hieronymus Bosch a François Rabelais, da Pieter Bruegel il Vecchio a Dario Fo, da Rembrandt van Rijn alla Commedia dell’Arte, per dirne alcuni. Ma ad essere sinceri i miei riferimenti stanno in tutto ciò che vedo, sento e leggo nelle mie giornate. Anche la cosa più banale può suggerire un mondo da inventare. Non so quali altre domande potrebbero sorgere di fronte ai miei lavori. Ma mi piace l’idea che in ogni caso non lascino indifferenti.


Che tipo di arricchimento potrebbero dare in un ordinario contesto abitabile?


La genesi di ognuna di queste creature è un gioco di improvvisazione. Faccio delle linee a caso, a volte anche senza guardare, e poi, seguendo i suggerimenti che quelle linee casuali mi danno costruisco e invento delle forme, sperimentando segni differenti. Ogni volta non so dove sto andando, però ci voglio andare. Questo è quello che in primo luogo raccontano i miei disegni. Ciò magari non si deduce immediatamente, però una qualche freschezza dell’immagine che viene direttamente dal gioco c’è e si legge. 

Allora è questo l’arricchimento che possono suggerire: quello di ricordare che nella vita ci si può continuamente reinventare attraverso il gioco, seguendo dei percorsi non stabiliti, lasciando un po’ di spazio al caso.


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