lunedì 16 febbraio 2015

Le Poliedriche attuazioni creative dell'artista Angela Sottile


Angela Sottile è un'artista dalle poliedriche attuazioni creative, che con il suo grande talento incastra il contrasto delle diverse forme espressive, per dar vita ad una terza realtà, quella surreale e introspettiva


Chi è Angela?


Eccola, esattamente il tipo di domanda che ti fa stare ore a fissare il vuoto. Magari potessi risponderti con un risoluto e lapidario “Angela è questo!”. Non so chi sono ma so che mi piace fare molte cose. La verità è che sono cangiante, una Angela per ogni interesse, o forse un’unica Angela multicolor. Sicuramente sono una restauratrice, idee chiare sin da quando avevo 6 anni. Ma non solo. Mi piace creare, dipingere, fantasticare, scrivere, perdermi nelle mie visioni, mi piace riempire i vuoti e sperimentare. E comporre disegni con le briciole del pane. Non mi so definire, davvero, e forse non voglio neanche farlo. Angela è una delle tante voci che ho dentro.

Cosa rappresenti nelle tue opere?


Le mie opere sono spesso la traduzione del mondo scombinato che brulica dentro la mia testa; mi piace perdermi, viaggiare o al contrario analizzare in maniera quasi maniacale i dettagli dell’immanenza

La maggior parte delle volte è l’immaginazione che mi porta ad arricchire la realtà di tutti i giorni: mi piace lasciarla libera di storpiare le visioni, farle piegare fino a romperle per poi rimontarle in maniera libera, seguendo le leggi non della coerenza ma dell’attrazione degli opposti, dell’assurdo, del nonsense. Ho una predilezione per i linguaggi vicini ad una sorta di surrealismo, soprattutto per le opere digitali, forse perché, lontano dal porsi limiti, il surreale permette di indagare laddove l’occhio si ferma ed esprime meglio questo senso di non appartenenza a leggi fisiche ma primordiali, atemporali e fortemente ambigue. Ci sono elementi che si richiamano con una forza inversamente proporzionale alla loro coerenza: è la prepotente sensazione di voler essere altro, costantemente, di volersi contaminare fino a non riconoscersi, per poi ricomporre, solo alla fine, un’immagine di sé molto più completa e chiarificatrice.



 

Altre opere sono più riflessive: ultimamente ho indagato sul tema della copia, dell’artificialità, della riproducibilità, dell’uso dei pattern come tentativo di riempimento pseudo-vitale di un buco identitario, come per Nativitability: l’errore, la variabile che genera vita, la presa di possesso del vuoto, il tentativo di trasferimento dell’anima della natura agli oggetti inanimati.



Nativitability
Spesso rappresento Angela nelle mie opere, quasi mai fisicamente; in generale, sono tutti potenziali autoritratti.



Che stato d’animo hai quando le realizzi?

Quando avevo due anni raffiguravo me stessa in un modo strano: disegnavo una faccia grande e sempre sorridente circondata da un cespuglio di capelli ricci; dalla faccia, tipico per molti bambini, uscivano braccia e gambe con, alle estremità, una decina di dita per ogni mano e, in basso, i piedi. La cosa strana è che sotto di me non c’era mai la terra: io ero sempre in volo e sotto i piedi, al di là del corpo, sotto il corpo, il petto e la pancia con tanto di ombelico che mi seguivano nell’aria, come protesi attaccate con un filo. Racconto questo aneddoto perché è esattamente così che mi sento quando realizzo qualcosa: mi perdo, volo, non sono e sono tutto, in un istante che può durare 5 minuti come 5 ore. Non esistono necessità fisiche, non sono triste e non sono felice: volo.






Che domande credi si ponga il fruitore dinanzi ad esse?


Credo che in primis indaghi sulle forme, che poi le confronti e si chieda perché una ballerina ha la testa di uccello o ha in grembo un formicaio, credo che dopo aver messo a tacere i “mah” e i rimbalzi dei punti interrogativi dentro la sua testa si chieda se accostando due o più vocaboli possa nascere una frase di senso compiuto. E credo che, alla fine, una risposta riesca comunque a trovarla. E’ il personalissimo senso compiuto di quella frase che crea un significato. A chi mi chiede conferma, alla fine, dell’interpretazione data, io rispondo quasi sempre di sì. Ciò che rappresenta per me non è detto che debba rappresentarlo in maniera uguale per un’altra persona; non può, non deve.


Che tipo di arricchimento potrebbero dare in un ordinario contesto abitabile?


Lo renderebbero meno ordinario; sarebbe una finestra su un mondo parallelo. Ma questa è prerogativa di tutta l’arte. Quindi, come per tutte le opere, sarebbe un invito a fuggire, ogni tanto, almeno una volta al giorno, dalla realtà per rifugiarsi altrove. Fa bene alla salute, agli occhi, al cuore, allo spirito e mantiene allenato senso critico, fantasia e capacità di esplorazione




























http://www.poliarte.it

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