venerdì 27 febbraio 2015

Tessera dopo tessera, il mosaico prende vita

Chi è Giulia Manzoni?


Io sono una  mosaicistaMi sono formata presso la Scuola Mosaicisti del Friuli che ho iniziato a frequentare mentre mi laureavo in storia dell’arte presso l’Università di Trieste. L'università mi dava un background culturale e teorico ma sentivo il bisogno di muovere le mani, da qui la scelta di frequentare la Scuola. Inaspettatamente ho scoperto nel mosaico il modo di esprimere me stessa e ho avuto la fortuna di fare molteplici esperienze lavorative, anche all'estero, in quest'ambito ottenendo grandi soddisfazioni. Questo mestiere mi ha permesso di viaggiare e fare esperienze che mai avrei pensato di vivere, arricchendomi non solo come artista ma anche come persona. Oggi, vivo e lavoro come mosaicista a San Francisco.























Quali tecniche usi?


Per creare le mie opere uso l’antica tecnica del mosaico. Il mio linguaggio musivo si sviluppa principalmente in chiave contemporanea basato su una lavorazione estremamente materica e vibrata della superficie che si arricchisce nella scelta cromatica e nell’uso sperimentale di materiali alternativi al ‘classico’ marmo o smalto mostrando le possibilità creative di questa tecnica che nasce artigianale ma che ha tutte le potenzialità di un’arte. 





Che stato d’animo hai mentre le realizzi?


L'inizio di un nuovo mosaico è sempre preceduto da un misto di ansia ed esaltazione. Esaltazione per un nuovo inizio e ansia per la riuscita finale ma tutto questo scompare quando inizio a lavorare. Gioco con il materiale. Tessera dopo tessera sotto le mie mani il mosaico prende vita, si crea in un continuo susseguirsi di forme, livelli, ombre, colori, inclinazioni che si rincorrono, si accavallano l'uno all'altro. La Tessera grande si accosta a quella piccola alternandosi in dialogo armonico, ritmico e continuo fino alla fine, fino all'ultimo spazio all'interno della cornice. Conosco il punto di partenza e dove voglio arrivare ma a volte il ‘gioco del fare mosaico’ mi porta altrove. Seguo l’istinto e l’ispirazione del momento datami dal materiale che ho sotto mano in un continuo creare, disfare, sperimentare, non sapendo bene dove il mosaico mi porterà ma non ha importanza, quello che conta è il divertimento e il puro piacere provato nell’averlo creato. 



Cosa rappresenti nelle tue opere?

Rappresento un microcosmo fatto di elementi vegetali, foglie, conchiglie, bacche, frutta secca, gusci di lumache.. elementi fragili, effimeri, volatili che si deteriorano nel tempo come la natura stessa, mia fonte ispiratrice. Una natura che è in continuo cambiamento con le sue stagioni, i suoi colori e le sue forme. Le mie creazioni giocano con la caducità dei materiali che le compongono e l’uso di una tecnica, quella del mosaico nata per durare per sempre.


Giulia Manzoni Blog



mercoledì 25 febbraio 2015

Quando la ragione dorme, le sirene cantano!


Tanguy: Come questo oggetto ha trovato la strada per entrare nella tua casa?

Conosco da poco tempo Lorenza, eppure lei per me è la prova che conoscere una persona da un minuto o da una vita equivale a ben poco, quando corrispondenze e affinità artistiche colmano quelle che si possono definire distanze cronologiche.
Quotidianamente progettiamo, discutiamo, organizziamo il piano editoriale ed osserviamo le opere degli artisti da proporre per il nostro blog. E’ bastato un attimo per capire che una delle opere dell’illustratore Jan Sedmak, Omosgombro, sarebbe divenuto il nostro oggetto delle meraviglie. Il mio desiderio, come il suo desiderio è stato esaudito, un bel giorno il nostro Omosgombro è arrivato, portando con sé tutta la sua carica magico-simbolica. 


Tanguy: Come ti senti quando osservi il tuo oggetto delle meraviglie?

Omosgombro, appeso alla parete della stanza nella quale trascorro la maggior parte del mio tempo pensato, catalizza la mia attenzione. Lo osservo inizialmente con l'occhio della ragione, che pian piano si assopisce per dare spazio ai confini di quello che probabilmente è il luogo del mio straordinario. Ma prima di abbandonare la ragione, mi chiedo sempre la stessa cosa: 
Da dove sei uscito Omosgombro? Jan Sedmak a cosa avrà pensato per portarti in vita?”
Chissà, forse solo percezioni inconsce, meccanismi simbolici dalla natura universale, trame invisibili dell’immaginario collettivo… ?! Chi mai può saperlo. Nel frattempo lo Strano uomo dal corpo leonardesco e dalla testa di pesce, che osserva le stelle proiettandosi nel suo universo, resta sempre lì, nume tutelare e custode di sogni. A quel punto lascio stare le speculazioni alla Battiato, metto da parte la psicanalisi Junghiana e resto semplicemente in balia dei miei sogni.

Tanguy: È stato facile trovare nella tua casa il posto per la tua opera d’arte?

Penso ad una vita estesa, non ordinaria, proporzionale alla libertà e alla non impossibilità di fare la cosa che procuri più piacere, e per me l’arte è quella cosa. La casa è la custode dei miei pensieri, degli oggetti capaci di rapirli ed espanderli. In un cassetto o sulla parete, non importa, nella mia casa c’è sempre posto per la magia di uno di questi oggetti.


Jan Sedmak su Tanguy

martedì 24 febbraio 2015

La flessuosità delle forme nelle sculture di Paolo Polenghi

Chi è Paolo Polenghi? 

Laureato in Architettura a Venezia nel 1979, pratico la libera professione e insegno al Liceo Artistico "E.U.Nordio" di Trieste. Ho iniziato ad insegnare un po' per gioco finendo con l'appassionarmi. Dal 2005 ho cominciato a modellare la creta con lo scultore e ceramista Franco Sala, per passare nel 2007 alle fusioni in bronzo e dal 2009 lavoro il legno con i maestri scultori della Val Gardena. Ho ripreso in realtà la passione per la scultura che ho sempre avuto fin da ragazzo ma che gli studi tecnici mi avevano fatto accantonare. Da principio mi cimentavo con copie di altri scultori, non riuscendo però a stare dentro la copia, veniva sempre fuori la mia interpretazione. Ad un certo punto il mio preside mi ha detto: "Paolo, basta con queste copie inizia a fare qualcosa di tuo!". 













































Come nascono le tue sculture?

Mentre lavoro non penso mai al risultato finale, le mani partono e vanno un po' da sole come se il cervello si staccasse e viene fuori qualcosa di non controllato e non controllabile: è un bel modo di conoscersiSoltanto poi rifletto su cosa ho fatto e mi accorgo che c'è questa donna che ritorna sempre, in posizioni diverse, ma in un certo senso è sempre lei.


















Quale tecnica preferesci? 

La scultura in legno con la motosega. Volevo provare a realizzare delle sculture di grandi dimensioni. Il legno poi è un materiale meraviglioso: se entri in un ambiente dove c’è una scultura in legno senti il profumo ancora prima di vedere la scultura: è l'essenza del cirmolo, uno dei legni più usati dagli scultori della Val Gardena che continua a profumare anche molti anni dopo essere stato tagliato. Lavorare un tronco è come realizzare una barca dentro una bottiglia: hai quel determinato volume entro il quale devi rimanere e ti può suggerire qualcosa come accadeva nel Medioevo per le statuette a forma di "S" che assecondavano la forma della zanna d'elefante su cui venivano intagliate. 
  


Quale forma di magia o meraviglia vorresti esaltassero?

Le mie sculture in legno sono al limite della realtà: il contrasto del segno duro della motosega che esalta le forme molto flessuose del corpo femminile. Cerco di restituire alle mie sculture la dinamicità del movimento attraverso posizioni al limite del naturale. I tagli netti della motosega da cui nasce il contrasto tra materiale, forma e rappresentazione. 


Che tipo di arricchimento le tue sculture potrebbero dare all'interno della casa di Tanguy?

Una casa galleria è la mia casa ideale. Ho cercato di mantenere questo discorso nel mio arredo, minimalista ma di supporto a qualsiasi tipo di opera. Ho una mia scultura in legno alta 2 metri: quando esco di casa la saluto! 
Un’architettura che uso far riprodurre ai miei studenti è il padiglione tedesco dell'architetto Ludwig Mies van der Rohe realizzato a Barcellona in occasione dell'Esposizione Universale del 1929, uno dei massimi esempi di architettura moderna e minimalista. All’interno di questo edificio c’è una scultura nella piscina piccola a grandezza un po’ più che naturale ed è un punto focale. Mi piace il contrasto fra l’arredamento minimale e un elemento figurativo che spicchi totalmente, non usare cioè la decorazione nell’arredo ma concentrarla in un punto che diventa centrale, soprattutto per la scultura che viene letta insieme al contesto e questo rapporto può uccidere o valorizzare enormemente l’opera. Quindi se la casa dell’amico Tanguy ha queste caratteristiche l’opera può funzionare se invece è una casa molto carica meglio avere un pezzettino piccolo messo in una posizione tranquilla.












sabato 21 febbraio 2015

Libri per sognare. Le illustrazioni di Silvia Volonnino


Chi è Silvia Volonnino?


Sono una ragazza rimasta bambina. O meglio: una ragazza a cui manca l’essere bambina. Da piccola sapevo sicuramente molte più cose, e a tre anni l’infilarmi i colori nel naso di certo non mi spaventava! Adesso sì. Ho studiato pittura all’Accademia di Belle Arti di Venezia dove mi veniva rimproverato di essere troppo illustrativa. Così mi sono specializzata all’Accademia di Belle Arti di Bologna in illustrazione per l’editoria. Sono una a cui piace non il semplice vedere, ma guardare, osservare. Ci sono cose piccole ma così meravigliose che se non ci metti l’attenzione ti sfuggono da sotto il naso, e così perdi la meraviglia e lo stupore che solo i bambini hanno. Questo è il tema ricorrente nei miei lavori. Alcuni titoli: “E io so…”, “Il Paese dei Grandi” e “Il Nostro”, tre libri pubblicati da Lineadaria.

















Come nascono i tuoi disegni?

Più che di disegni io parlo di libri, perché qui l’idea non si ferma in una tavola e non è fine a se stessa, ma si amplia e si completa sotto forma di libro, gioca con le parole, talvolta le contraddice, talvolta dà loro una forza che da sole non avrebbero mai potuto avere. Immagine, parola, forma di libro, questa è la mia tela su cui dipingere.
I miei libri nascono per caso. A volte vedo o penso a una piccola cosa e, invece di farla volare via, ci rifletto.
Una sera mi sono ricordata di un episodio di quando ero piccola: mi ero messa a catturare farfalle perché qualcuno mi aveva detto che volavano grazie alla polverina che avevano sulle ali, e così mi ero convinta di riuscire a volare anche io se l’avessi avuta sulle braccia. 

Quella sera ho visto la meraviglia della cosa, e ho pensato: “chissà cosa credevano di assurdo gli altri quando erano bambini!”. 
È così che è nato il mio libro “E io so…”.

Cosa c’è di te nelle tue illustrazioni?

Questa domanda la trovo particolarmente difficile. C’è una frase di Matisse che amo particolarmente: “Bisogna guardare tutta la vita con gli occhi dei bambini”. Penso che nelle mie illustrazioni si veda questa mia necessità di ritrovare quello sguardo spensierato, meravigliato, ingenuo, a volte felice e a volte malinconico, a volte silenzioso e poi di colpo chiassoso. Ho bisogno di sentirmi sospesa, di percepire la magia, di vivere sulle nuvole dove tutto è più bello.

C’è bisogno di leggerezza, e se voglio fare i capricci li faccio… come una bambina a cui non piacciono la verdure.
















Quali tecniche usi?


Di tutto. Acrilici, collage, matite colorate, grafite, orzocacao, tempera bianca… Di solito dipende dalla storia, perché ogni concetto ha la tecnica che lo rende più chiaro ed efficace.
Posso però dire con certezza che il digitale per me è ancora tutto un mistero. Pian pianino sto iniziando a prenderci confidenza per sfruttarlo a mio vantaggio per migliorare le tavole, cancellare dei difetti… ho provato persino a colorare in digitale! Però io preferisco ancora sporcarmi le mani, creare colori o superfici, macchie, che nessun pulsante o filtro possa ricreare (nemmeno io! Perché il caso è intervenuto nella mia opera). Se sfoglio un libro voglio poter toccare la carta, sentirne la porosità, l’odore dell’inchiostro. Quante volte mi sono tagliata! Succede solo con l’oggetto libro tra le mani.
Io gioco molto con la forma del libro, con l’alternarsi delle pagine, con le doppie pagine. I libri digitali, invece, hanno solo una facciata. Si perdono molte possibilità a parer mio.

Però il mondo si sta evolvendo, e noi dobbiamo imparare a evolverci con lui senza farci sottomettere. 










Che stato d’animo hai mentre le realizzi?


Ogni volta che mi trovo davanti a un foglio bianco prima di tutto sono intimorita. Allora macchio il foglio, ci appiccico una carta strappata da un giornale, o ci faccio una ditata a matita. Una volta che il foglio non è più bianco, divento curiosa.

Anche io non so mai come risulterà il mio lavoro una volta finito. Adoro proprio questa sorpresa e la magia nel vedersi creare forme, immagini e storie davanti ai miei occhi, come in un film, da un foglio bianco.


Cosa ti piace di più del tuo lavoro?

Penso che la chiave di volta del mio lavoro sia la comunicazione. A differenza di un quadro dove il pittore esterna le emozioni per se stesso, in un libro il messaggio deve essere chiaro per il pubblico. Io faccio qualcosa per gli altri. Mi piace pensare di donare un’emozione a qualcuno attraverso i miei libri, a qualcuno anche molto lontano, qualcuno che magari nemmeno conosco. E magari, senza saperlo, riesco a emozionarlo o affascinarlo o fargli pensare a qualcosa di bello, fargli riprovare il fascino delle piccole cose e magari fargli cambiare la visione del mondo e renderla più felice. Visione esagerata e utopistica? Forse sì, ma si sa: a me piace volare con la fantasia, e 
il mio mestiere mi permette di farlo. Ecco qual è il bello del mio lavoro.









Quale forma di magia o meraviglia vorresti esaltassero?

Per quanto riguarda gli adulti, vorrei far provare loro una meraviglia malinconica.Ogni gesto quotidiano come annaffiare un fiore o il bere il té ha qualcosa di affascinante. Ecco che, immortalando quell’attimo in un disegno, improvvisamente ci si dà importanza. Mentre per quanto riguarda i bambini vorrei che i miei lavori stimolassero in loro la creatività. Ecco perché privilegio la tecnica mista, segni spontanei, macchie e campiture colorate che escono dai rispettivi contorni. Perché nell’Arte non ci sono limiti, e tutto si può fare!

Che tipo di arricchimento i tuoi lavori potrebbero dare all’interno di un ordinario contesto abitabile?


In un contesto abitabile i miei lavori potrebbero trasmettere a chi ci vive quell’atmosfera lontana da ogni problema che affligge ogni giorno il nostro quotidiano.

Io ho le mie illustrazioni in casa e vivo nel mondo dei sogni, vivo nelle storie dei miei libri con i miei personaggi, in una tazza, serenamente. Forse Tanguy aveva paura di crescere. Le mie illustrazioni nella sua casa potrebbero essere per lui uno specchio della sua anima, o semplicemente trasmettergli conforto e comprensione.


Chi non vorrebbe vivere in un mondo magico dove volare è possibile?!


mercoledì 18 febbraio 2015

SIGMA Lamp, un manufatto che comunica il suo passato: dagli scarti può nascere qualcosa di bello


Snella, lineare ed efficiente, una lampada da tavolo composta al 90% da materiale di recupero: la base è ricavata dal paralume di una vecchia lampada non più funzionante, la forcella utilizzata come struttura e per il passaggio dei cavi di alimentazione, la ruota in alluminio che, modificata opportunamente, permette un gioco di movimenti e di luci grazie a 10 led che assicurano un’eccellente illuminazione da tavolo. La copertura in gomma completa l’opera con un intreccio realizzato a partire da due semplici camere d’aria. Il risultato è SIGMA Lamp, nata in una mansarda fuori Torino dalla creatività dei suoi progettisti: i designer Alessia Spadetto e Gabriele Luperto, allora studenti del Politecnico di Torino. Realizzata partendo da oggetti che nel nostro quotidiano hanno una funzione completamente diversa – la rotazione della ruota o i fori dei raggi di cui i due progettisti hanno voluto mantenere le qualità.















Che cos’è SIGMA Lamp?

SIGMA Lamp è una lampada da tavolo la cui struttura comunica prettamente la provenienza delle parti e i 10W consentono la corretta illuminazione per studiare, lavorare e leggere in tutta tranquillità. La forma σ (“sigma”) è derivata da un lungo processo di studio, durante il quale abbiamo cercato di comprendere come poter utilizzare al meglio il materiale a disposizione affinché rispondesse dinamicamente e correttamente alle necessità di flessibilità nei movimenti ed efficienza luminosa.Vincitori del premio della giuria popolare della prima edizione del concorso RecycLED organizzato dall’Associazione culturale di promozione sociale In-tesa, il progetto SIGMA lamp è nato da due studenti del Politecnico di Torino, Alessia Spadotto e Gabriele Luperto, desiderosi di testare le loro abilità al di fuori dell'ambito universitario. Tutto è partito dalla ricerca di un concorso allettante che non richiedesse solo nuove forme di design affini a se stesse ma che contenesse al suo interno alcuni concetti di sostenibilità che sentivamo particolarmente nostri. Così nei momenti liberi da studio e lavoro ci concentravamo su questa sfida, visionavamo mercatini dell'usato, consultavamo aziende e giravamo negozi tutto per trovare qualcosa che ci incuriosisse ed ispirasse realmente. Sin da subito la bicicletta ci ha attratto enormemente così da farci completamente immergere e avvolgere da tutte le sue componenti.

Chi  sono i designer di SIGMAlamp?


I progettisti di SIGMA siamo noi, Alessia Spadetto e Gabriele Luperto, formati al Politecnico di Torino, prima seguendo il Corso di Disegno Industriale, successivamente intraprendendo la specializzazione in Ecodesign. Abbiamo percorso cinque anni nella stessa classe superando ogni volta in maniera determinata gli ostacoli che vi si presentavano e in quel novembre 2013, leggendo il bando del concorso RecycLED, abbiamo pensato subito che sarebbe stata la nostra occasione per testare quello che avevamo maturato dopo tanto studio. Ora, nel 2015, la parola “studente” non ci appartiene quasi più, siamo professionisti che vogliono muovere i primi passi nel mondo del lavoro.
















Come viene realizzata

SIGMA è stata realizzata artigianalmente facendo uso delle tradizionali attrezzature presenti in ogni casa. La parte superiore è composta da una semplice ruota di bicicletta fuori uso alla quale si eliminano i raggi superflui e la si modella per ottenere la forma a σ. Per la copertura, invece, sono state utilizzate due vecchie camere d'aria tagliate, colorate ed intrecciate manualmente per richiamare la texture del battistrada. 


La struttura portante è caratterizzata da una forcella, che consente il passaggio dei cavi, e da una base, in origine paralume di una vecchia lampada da terra, le quali sono state preventivamente ripulite e carteggiate per poter essere verniciate.Per la componente illuminotecnica abbiamo capito sin da subito che delle semplici strisce LEDs non avrebbero fatto al caso nostro per cui, dato le nostre irrisorie conoscenze in fatto elettrico, ci siamo appoggiati ad un'azienda Torinese che, esposte le nostre esigenze, ci ha consigliato e procurato gli elementi necessari per l'impianto, anch'esso realizzato autonomamente. I 10 LEDs montati da 1W ciascuno e il minimo spazio a disposizione ci hanno portato a risolvere problematiche riguardanti la dissipazione del calore: grazie ad alcuni accorgimenti suggeritici e all'alta conducibilità termica del materiale di cui è composta la ruota siamo riusciti a completare l'opera. La lavorazione artigianale di SIGMA ha un grande significato per noi pertanto vorremmo mantenere questa linea guida per le prossime realizzazioni.

Quale forma di magia o meraviglia vorreste esaltasse?

Sono state tante le considerazioni personali che abbiamo sentito riguardo a SIGMA, quella più illuminante è “suggestione Duchampiana” della quale siamo rimasti estasiati: possiamo dire che i nostri sforzi hanno avuto un feedback grandioso! Partendo proprio da questo appellativo vorremmo evidenziare che talvolta l'arte e il prodotto industriale vengono visti come due mondi lontani ma non è sempre così: 
SIGMA è la rappresentazione del connubio tra creatività e progetto, astratto e materiale, rappresentazione artistica e oggetto di uso quotidiano
Quelli che noi definiamo “oggetti artistici” si distanziano enormemente dal prodotto in serie contenendo al loro interno valori e personalità dell'artista/artigiano che li ha realizzati, sono utili ma allo stesso tempo comunicano con parole silenziose, fanno provare sensazioni visive, tattili ed olfattive conquistando l'utilizzatore e creando affezione. SIGMA è un oggetto artistico, un prodotto con valore aggiunto, un manufatto che comunica il suo passato: dagli scarti può nascere qualcosa di bello.


Che tipo di arricchimento potrebbe dare all’interno di un ordinario contesto abitabile?


Siamo tutti consapevoli che al giorno d'oggi persiste la moda dell’arredare le case con oggetti che hanno una durata piuttosto breve. Con l'aumentare della disponibilità di prodotti di qualsiasi genere e della presenza sempre più imponente della pubblicità nella vita quotidiana, si è passati dall'acquistare un oggetto per custodirlo “una vita” ad un prodotto legato unicamente al momento, alla moda e allo status symbol che si vuole comunicare in quel preciso istante creando un impero di ”usa e getta”Questa ostentazione al consumismo, parallelamente alla crisi economica, sta indirettamente avviando un processo contrario che riavvicina la società al desiderio di personalizzare e possedere oggetti con una storia creando una forte affezione con essi e allungandone la vita. 
SIGMA raccoglie in sé i valori di questa nuova tendenza, comunica l'elasticità del progetto che richiede l'uso di materiali di recupero mai utilizzati prima d'ora per questo scopo
dipende dalle variabili date dal reperimento dei componenti disponibili in quel momento e valorizza le imprecisioni derivate dalle lavorazioni artigianaliLe forme minimali, la trasparenza, le infinite combinazioni cromatiche rendono SIGMA flessibile per ogni tipologia di ambiente, dando così la possibilità al consumatore di divenire protagonista del suo spazio quotidiano.


Attualmente Alessia Spadetto e Gabriele Luperto stanno procedendo alla preparazione di alcuni esemplari di SIGMA lamp successivi al prototipo al fine di migliorarla e renderla fruibile al consumatore. Nel contempo stanno lavorando altri progetti basati sul recupero e valorizzazione di altre tipologie di scarti.





lunedì 16 febbraio 2015

Le Poliedriche attuazioni creative dell'artista Angela Sottile


Angela Sottile è un'artista dalle poliedriche attuazioni creative, che con il suo grande talento incastra il contrasto delle diverse forme espressive, per dar vita ad una terza realtà, quella surreale e introspettiva


Chi è Angela?


Eccola, esattamente il tipo di domanda che ti fa stare ore a fissare il vuoto. Magari potessi risponderti con un risoluto e lapidario “Angela è questo!”. Non so chi sono ma so che mi piace fare molte cose. La verità è che sono cangiante, una Angela per ogni interesse, o forse un’unica Angela multicolor. Sicuramente sono una restauratrice, idee chiare sin da quando avevo 6 anni. Ma non solo. Mi piace creare, dipingere, fantasticare, scrivere, perdermi nelle mie visioni, mi piace riempire i vuoti e sperimentare. E comporre disegni con le briciole del pane. Non mi so definire, davvero, e forse non voglio neanche farlo. Angela è una delle tante voci che ho dentro.

Cosa rappresenti nelle tue opere?


Le mie opere sono spesso la traduzione del mondo scombinato che brulica dentro la mia testa; mi piace perdermi, viaggiare o al contrario analizzare in maniera quasi maniacale i dettagli dell’immanenza

La maggior parte delle volte è l’immaginazione che mi porta ad arricchire la realtà di tutti i giorni: mi piace lasciarla libera di storpiare le visioni, farle piegare fino a romperle per poi rimontarle in maniera libera, seguendo le leggi non della coerenza ma dell’attrazione degli opposti, dell’assurdo, del nonsense. Ho una predilezione per i linguaggi vicini ad una sorta di surrealismo, soprattutto per le opere digitali, forse perché, lontano dal porsi limiti, il surreale permette di indagare laddove l’occhio si ferma ed esprime meglio questo senso di non appartenenza a leggi fisiche ma primordiali, atemporali e fortemente ambigue. Ci sono elementi che si richiamano con una forza inversamente proporzionale alla loro coerenza: è la prepotente sensazione di voler essere altro, costantemente, di volersi contaminare fino a non riconoscersi, per poi ricomporre, solo alla fine, un’immagine di sé molto più completa e chiarificatrice.



 

Altre opere sono più riflessive: ultimamente ho indagato sul tema della copia, dell’artificialità, della riproducibilità, dell’uso dei pattern come tentativo di riempimento pseudo-vitale di un buco identitario, come per Nativitability: l’errore, la variabile che genera vita, la presa di possesso del vuoto, il tentativo di trasferimento dell’anima della natura agli oggetti inanimati.



Nativitability
Spesso rappresento Angela nelle mie opere, quasi mai fisicamente; in generale, sono tutti potenziali autoritratti.



Che stato d’animo hai quando le realizzi?

Quando avevo due anni raffiguravo me stessa in un modo strano: disegnavo una faccia grande e sempre sorridente circondata da un cespuglio di capelli ricci; dalla faccia, tipico per molti bambini, uscivano braccia e gambe con, alle estremità, una decina di dita per ogni mano e, in basso, i piedi. La cosa strana è che sotto di me non c’era mai la terra: io ero sempre in volo e sotto i piedi, al di là del corpo, sotto il corpo, il petto e la pancia con tanto di ombelico che mi seguivano nell’aria, come protesi attaccate con un filo. Racconto questo aneddoto perché è esattamente così che mi sento quando realizzo qualcosa: mi perdo, volo, non sono e sono tutto, in un istante che può durare 5 minuti come 5 ore. Non esistono necessità fisiche, non sono triste e non sono felice: volo.






Che domande credi si ponga il fruitore dinanzi ad esse?


Credo che in primis indaghi sulle forme, che poi le confronti e si chieda perché una ballerina ha la testa di uccello o ha in grembo un formicaio, credo che dopo aver messo a tacere i “mah” e i rimbalzi dei punti interrogativi dentro la sua testa si chieda se accostando due o più vocaboli possa nascere una frase di senso compiuto. E credo che, alla fine, una risposta riesca comunque a trovarla. E’ il personalissimo senso compiuto di quella frase che crea un significato. A chi mi chiede conferma, alla fine, dell’interpretazione data, io rispondo quasi sempre di sì. Ciò che rappresenta per me non è detto che debba rappresentarlo in maniera uguale per un’altra persona; non può, non deve.


Che tipo di arricchimento potrebbero dare in un ordinario contesto abitabile?


Lo renderebbero meno ordinario; sarebbe una finestra su un mondo parallelo. Ma questa è prerogativa di tutta l’arte. Quindi, come per tutte le opere, sarebbe un invito a fuggire, ogni tanto, almeno una volta al giorno, dalla realtà per rifugiarsi altrove. Fa bene alla salute, agli occhi, al cuore, allo spirito e mantiene allenato senso critico, fantasia e capacità di esplorazione




























http://www.poliarte.it

mercoledì 11 febbraio 2015

L'Arte ci racconta le nostre vite




Come la pagina di un diario l'arte ci racconta le nostre vite come l'evoluzione di un'artista, anche le nostre vite sono fatte di stagioni e periodi diversi. 

Questo è il quadro di un momento della vita di Margherita,il suo oggetto delle meraviglie, realizzato dall'artista 
Giò Alberti

A settembre 2005 mio fratello Giovanni stava per trasferirsi a Bologna per frequentare l'Accademia d'Arte. Incominciava così un autunno nuovo per noi, senza le confidenze e le risate del mattino, le cene assieme, i dispetti e gli scherzi tra fratelli. Partiva con i suoi progetti e probabilmente con qualche paura. Disegnava da anni, ma per la prima volta i suoi dipinti non sarebbero stati solo espressione privata ma giudicati da insegnanti e professori, avrebbe imparato nuove tecniche, si sarebbe esercitato sul marmo prima, sull'argilla e sul gesso poi realizzando sculture e installazioni. 


Negli anni ha sperimentato tecniche e materiali diversi e ora riguardando il quadro che ho scelto di presentare, lo scopro acerbo e espressione della sofferta immaturità dei vent'anni; prezioso ricordo degli anni in cui ancora vivevamo tutti assieme e ci affacciavamo tentennanti e insicuri sull'età adulta.Tra i tanti disegni appoggiati sul cavalletto da lavoro avevo voluto proprio “Introspezione-Esistenza”, mi aveva colpito il titolo e i tanti colori che si univano e sfumavano in un risultato di luci, ombre e figure geometriche. Da quel giorno è appeso nella mia vecchia camera a casa dei miei genitori, sopra il mio letto. Tante volte ho pensato di portarlo con me nei tanti trasferimenti, ma è quasi come il suo posto fosse lì, nella mia stanza di ragazzina, come fosse una pagina segreta di un diario o una vecchia fotografia.





martedì 10 febbraio 2015

Il mantra pittorico dell'artista Marco Randazzo

Marco Randazzo
                                   
          HO TUTTO IN TESTA MA NON RIESCO A DIRLO


Chi è Marco?

Non è mai semplice presentarsi, spero che le mie creazioni lo facciano un po’ per me… Posso dire quello che vorrei essere, più concentrato, più determinato, più sorridente, vorrei avere più tempo libero per guardare il mare e non pensare a niente, vorrei invecchiare felice e raccontare la mia fantastica vita ai miei futuri figli. 



Cosa rappresenti nelle tue opere?

Tutta la mia poetica si fonda su due aspetti fondamentali per me, il piacere per gli occhi e per la mente. Le mie opere non rappresentano semplicemente il mio vivere quotidiano ma hanno la voglia e la presunzione di coinvolgere valori e concetti assoluti. La comunicazione visiva e tutte le sue sfaccettature contemporanee, con il moltiplicarsi dei media e le problematiche annesse a ciò, e tutte le difficoltà che ognuno di noi riscontra quotidianamente nel voler esprimersi e condividere il proprio pensiero. Da qui nasce il messaggio che ormai mi accompagna da qualche anno sulle mie opere 

“HO TUTTO IN TESTA MA NON RIESCO A DIRLO”


 



Che stato d'animo hai quando le realizzi?

L’artista si sa che ha bisogno di forti emozioni per creare le migliori opere. Spesso i momenti negativi fanno scattare scintille importanti nella mia testa, che mi permettono magari di uscire da periodi di impasse artistica e in generale poco produttivi. Le ultime mie opere invece sono piene di positività, gioia, luce, colori accesi e vivi. Il mio animo viene impresso su tela con tutta la forza che i colori possiedono


Che domande credi si ponga il fruitore dinanzi ad esse?

L’esperienza e l’impatto che suscitano le mie opere in chi le osserva mi interessa molto. Ritengo sia fondamentale che si crei una certa empatia fra l’opera e l’osservatore. Il primo impatto può esser semplice, i colori, le forme…pura estetica e piacere per gli occhi. Ma anche il secondo livello di lettura, quello suscitato dal testo “HO TUTTO IN TESTA MA NON RIESCO A DIRLO”, è importante…forse anche di più!


Che tipo di arricchimento potrebbero dare in un ordinario contesto abitabile?

La casa che viviamo siamo noi, il nostro nido, involucro protettivo e rifugio. Per questo circondarsi d’arte dovrebbe essere una necessità primaria. Soffermarsi davanti ad un mio quadro anche per pochi minuti al giorno, osservarlo e godere della sua energia visiva e magari arricchire anche il proprio spirito. Questo è quello che spero che succeda, andare oltre l’oggetto appeso al muro.
     



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