domenica 25 ottobre 2015

Le opere di Vera Carollo - Carezze per l'anima


Chi è Vera Carollo?


Chi è Vera Carollo?... ecco come un misto di panico ed entusiasmo inceppa la mente di una dislessica poliedrica. Dopo giorni trascorsi a pensare a come rispondere a questa domanda, facendo riunioni continue nel mio cervello, ascoltando sentimenti e parti di me e accogliendone tesi e proposte, ho deciso di risolvere questo tamponamento a catena con una frase del Genio della Lampada di Aladin, della Walt Disney, che spesso amareggiato diceva: 


“Grandi Poteri, in un minuscolo spazio vitale”. 




Cosa rappresenti nelle tue opere?


Nelle illustrazioni e in alcune opere grafiche e pittoriche gli scenari quasi onirici nascono e si propongono delicatamente tra pittura e collage, ricoperti da un velo di romanticismo che accoglie gli aspetti più teneri e fragili dell’umano (che rimane sempre il tema prevalente nei miei lavori), anche nei suoi sovradimensionamenti o nei punti di vista più inusuali o metaforici. 

Nei ritratti e nelle sculture, misuro il peso dell’anima, indagando l'identità, vista come costruzione esperienziale, come risultato di processi di vita e di morte, denudando e denunciando impietosamente la condizione di una spiritualità privata di linfa e alla deriva da se stessa. Lasciando a volte percepire una crisi d'identità, analizzata ed esteriorizzata per proporre possibili processi di salvazione, gli stessi processi interiori di riscatto e purificazione. 





Che stato d'animo hai quando le realizzi?

Mi sento a casa. Tutti i miei sentimenti e le caratteristiche più intime della mia persona trovano il loro canale, il loro posto nel mondo e mutano e si trasformano e trasformano. Tra flussi, riflussi e pensieri tormentati, l’unica espressione possibile è quella: l’arte, la catarsi. La creazione, la riflessione, l’interpretazione, mettono radici dentro di me permettendomi di osservarmi dall’esterno. 

L’arte si insinua nel dolore e nella mancanza e, riempendola, la annulla. Ma di fatto si tratta pur sempre di un rito, il creare, in cui l’artista stesso è anche o soprattutto un tramite, un traduttore, una spugna, un essere quasi in trance ma lucidamente attento: un canale. E tale mi sento.

Che domande credi si possa porre il fruitore dinnanzi ad esse?

Mi è sempre piaciuto molto scoprire, durante le mostre o quando qualcuno viveva le mie creazioni, che sentimenti provavano, pensieri, vedere quanto si svelava o meno ciò che avevo sintetizzato in forma o linea e quanto io stessa non ne avevo ancora considerato o esplicitato a me stessa. Mi auguro sempre comunque che il fruitore si senta accarezzato, toccato da qualcosa che anima o accende o consola.



Che tipo di arricchimento potrebbero dare in un ordinario contesto abitabile?


Frammenti di posti magici, quasi come sogni ma familiari , fatti di sfumature e simboli, pensieri, sentimenti universali dove l’uomo è sempre al centro, immerso o in rapporto col suo contesto, proponendosi delicatamente o con forza in un piacevole “mondo sospeso”.

























martedì 1 settembre 2015

DULCIS ANIMALIA. Le creature fantastiche nell'opera dell'artista Stefania Cordone


Chi è Stefania Cordone?


Ecco la domanda che tra tutte lascio per ultima. Non mi piace definirmi. Mi sembra di dover porre un limite a qualcosa che vorrei fosse continuamente in movimento, cangiante e indefinibile. Così mi piace pensarmi. Forse tra tutte le definizioni che potrei mettere nero su bianco preferisco scegliere questa che racconta una parte di me fondamentale, quella che cerca di sottrarsi di continuo alla banalità e alla fossilizzazione.


 


Cosa rappresenti nelle tue opere?


I soggetti che rappresento, soprattutto da due anni a questa parte, sono delle creature fantastiche, evocazioni animalesche, bestie inventate che, pur avendo denti aguzzi e bocche enormi, hanno sempre uno sguardo tenero e innocente. Sono degli esseri grotteschi e in quanto tali hanno bisogno di uno sguardo più profondo per capirne la dolcezza. Non vogliono raccontare nulla in particolare; vogliono solo esistere in se stessi.Il grottesco è ciò che prediligo, ma ovviamente "per lavoro" mi capita di dover utilizzare altri registri. Che non disdegno.

 

Che stato d'animo hai quando le realizzi?


Non ho uno stato d’animo precisamente identificabile. 

Sono molto concentrata, relegata nell’unico luogo esistente in quel momento, uno spazio astratto, a tratti metafisico, in cui la sola urgenza è quella di far “funzionare” l’immagine su cui sto lavorando

A volte sono in uno stato di grazia, quando trovo l’intuizione giusta, quando, ad un certo punto improvviso, è l’immagine a condurmi quasi come se prendesse vita propria, autonoma rispetto alla mia volontà che in quel caso non può che farsi condurre. Altre volte, invece, sono molto frustrata; quando non riesco a dialogare con ciò che ho di fronte, che sia carta, tela o muro; quando, dopo ore di lavoro, mi sembra di restare al di fuori di ciò che sto facendo, in uno stato di separazione che non trova un senso. Fortunatamente, la base comune dei due estremi è il piacere del fare, nel senso più artigianale del termine.






Che domande credi si possa porre il fruitore dinnanzi ad esse?


Credo che la domanda più frequente sia da dove vengono queste creature. Almeno è quella che mi hanno posto più spesso. Una risposta potrebbe essere quella di citare alcuni riferimenti per me molto presenti, che vanno da Hieronymus Bosch a François Rabelais, da Pieter Bruegel il Vecchio a Dario Fo, da Rembrandt van Rijn alla Commedia dell’Arte, per dirne alcuni. Ma ad essere sinceri i miei riferimenti stanno in tutto ciò che vedo, sento e leggo nelle mie giornate. Anche la cosa più banale può suggerire un mondo da inventare. Non so quali altre domande potrebbero sorgere di fronte ai miei lavori. Ma mi piace l’idea che in ogni caso non lascino indifferenti.


Che tipo di arricchimento potrebbero dare in un ordinario contesto abitabile?


La genesi di ognuna di queste creature è un gioco di improvvisazione. Faccio delle linee a caso, a volte anche senza guardare, e poi, seguendo i suggerimenti che quelle linee casuali mi danno costruisco e invento delle forme, sperimentando segni differenti. Ogni volta non so dove sto andando, però ci voglio andare. Questo è quello che in primo luogo raccontano i miei disegni. Ciò magari non si deduce immediatamente, però una qualche freschezza dell’immagine che viene direttamente dal gioco c’è e si legge. 

Allora è questo l’arricchimento che possono suggerire: quello di ricordare che nella vita ci si può continuamente reinventare attraverso il gioco, seguendo dei percorsi non stabiliti, lasciando un po’ di spazio al caso.




lunedì 24 agosto 2015

Attimi di memoria: l'opera dell'artista Vittoria Piscitelli


Chi è Vittoria Piscitelli?


Ho ventisei anni e un comportamento isterico a fasi alterne. L'unico luogo in cui, quasi sempre, mi ritrovo in accordo con me stessa e con le mie aspirazioni è l'Arte.


Cosa rappresenti nelle tue opere?


Lavoro nella maggior parte dei casi con il collage. Quando sono riuscita ad affrancarmi dalla seconda dimensione tentando la scultura ho perseverato nell'utilizzo della carta. 

Il collage e la carta sono le mie ossessioni e non saprei razionalmente spiegarmelo

La carta è uno di quei materiali che tendiamo a sprecare di più, la carta in tal senso è così drammatica, così romantica e così avvilita. Anche il collage è il linguaggio della nostalgia e della solitudine: recuperare foto antiche, vecchi giornali o vecchie cartoline è un'incessante desiderio di passato. 

C'è da aggrapparsi a questo tempo tiranno, ai nostri ricordi, ai nostri malumori.

Voglio rappresentare tutto quello che non piace più, che non è mai piaciuto e che nessuno vuole: i miei U.G.L.Y. (mostri che ho iniziato a creare dai ritagli delle riviste di moda e ho presentato per la prima volta in occasione della mia prima personale napoletana U.G.L.Y. u go losing yourself) sono esattamente l'orrido che c'è in ognuno di noi, che tendiamo a nascondere per omologarci a qualcuno, a qualcosa, ma che rappresenta, inevitabilmente, la parte più autentica e più straordinaria di noi.


Che stato d'animo hai quando le realizzi?


Uno dei sentimenti ai quali mi aggrappo costantemente (e assurdo sarebbe se gli artisti o i presunti tali non lo facessero) è l'empatia. La capacità di entrare nell'altro o almeno rendere la propria autobiografia una metafora universale è una delle grandi costanti della storia dell'arte. 


Arte è Amare, e Amare vuol dire comprendere, studiare, fare sacrosantissimi compromessi.

Dunque quando creo tento di rimanere incastrata in me stessa sporgendomi nelle storie degli altri: è così che è nata Abat-Jour (mostra dello scorso aprile a Napoli presso la Galleria Arti Decorative di Alessandro Malgieri e Maria Grazia Gargiulo a cura di Federica De Rosa e Corrado Morra): acquistavo in giro per Napoli antiche foto di inizio Novecento nei negozi di antiquariato che sono incantevoli e drammatici luoghi delle memorie perdute. Ho tentato di ridare una storia e una dignità a tutti quegli oggetti, talvolta servendomi di pura letteratura, altre volte attingendo nella mia storia personale.

Le mie frustrazioni, quelle di quei volti ignoti di antiche fotografie, le storie narrate intorno ad un tavolo apparecchiato con piatti romantici, certe cartoline, ecco, tutto si confondeva. Dove sono io e dove siete voi?


Che domande credi si possa porre il fruitore dinnanzi ad esse?

Spero tanto possa farsi delle domande su se stesso e non sui miei lavori che sono banalmente, semplicemente oggetti composti da carte, tele, colori. Il vero oggetto imperscrutabile è il fruitore stesso e la sua storia. Con Abat-Jour ho desiderato tanto che i visitatori della mostra potessero tornare a casa e iniziare a cercare se stessi per la prima volta. 


Che tipo di arricchimento potrebbero dare in un ordinario contesto abitabile?


Ho sempre lavorato pensando alle case invece che ai musei. Quando entro nelle case degli amici o dei familiari interrogo spesso i quadri alle pareti, certi merletti sui tavoli o statuine bronzee: mi chiedo quando li abbiano acquistati, chi glieli ha regalati, cosa vedessero in quell'opera o in quell'altra.

I musei o le gallerie, invece, sono cliniche bianchissime, silenziosissime. Vorrei che i miei lavori entrassero nelle case, nelle vite e nelle routine, che diventassero attimi di memoria, oggetti pieni di storie di chi li possiede

In un museo o in una galleria le opere d'arte non appartengono mai a nessuno in particolare. Sono di tutti e di nessuno. Vivono momenti impenetrabili di solitudine.


foto_

1) Volevo, installazione, 2015, foto di Andrea Gerardo Silvestri
2) Finché morte non ci separi, collage, 2015
3) Dicono sempre che sono speciale, tecnica mista su piatto antico, 2015
4) Senza titolo, tecnica mista su tavola, 2014
5) Sto tornando a casa, tecnica mista su pastello antico, 2015
6) Mostra Abat-Jour, foto di Andrea Gerardo Silvestri


                       







domenica 19 luglio 2015

La nostalgia del ricordo nell'opera di Laura Armato

UNTITLED - LAURA ARMATO


Chi è Laura Armato?


"Ma chi Laura Armato quella che non stacca la mano dal foglio e fa i
disegnini sul circo? Si l'ho conosciuta, sembra una persona carina. Di sicuro ha il brutto vizio di mangiarsi le unghia e non si cura abbastanza ma sembra in gamba dai."
Devo veramente rispondere a questa domanda? E' la stessa domanda che mi faccio quando perdo l'equilibrio. Laura Armato e' permalosa e molto testarda. Sin da piccola ha sempre avuto un sogno. L'arte? no. La moda? no. I gioielli? no. L'indipendenza. Lei sognava di essere indipendente dai suoi, dalla scuola, dai giocattoli, dagli amici, dal fidanzato, dai soldi. Crescendo ha capito che e' impossibile essere indipendenti. Si e' sempre schiavi di qualcosa. Si puo' essere schiavi dell'amore, di se stessi, di un terno al lotto che non arriva mai. Allora un giorno in un periodo poco felice fece qualcosa di liberatorio:prese in mano un album, un foglio bianco, una penna, chiuse gli occhi e inizio' a disegnare.

CIRCUS - L'elefante
CIRCUS - tattoed famly

WITHOUT PAPERS - una giornata al mare

Cosa rappresenti nelle tue opere?


La nostalgia del ricordo. Che io mi ricordi, non ho mai fatto un disegno dove non fosse almeno presente una persona, un volto, almeno presente una persona, un volto, Oh la negazione di un volto. Spesso disegno le persone senza volto ma comunque sono persone che negano la propria identita'. 
Il penultimo progetto si chiama infatti "Without papers", senza carta d'identita'E' la storia di una famiglia ritrovata in un album fotografico l'energia di quelle foto e' davvero forte e commovente, e ho cercato di trasmettere ed interpretare la loro storia attraverso il disegno.

CIRCUS - Dodge Sister 

CIRCUS - I figli dell'equilibrista

CIRCUS - Josephina Joseph

Che stato d'animo hai quando le realizzi?



Lavoro soprattutto con le foto. Meglio se originali. Quindi prima di disegnare, la osservo attentamente, cerco i dettagli, cerco di immaginare di essere in mezzo a quelle persone, in quell'esatto
momento e rivivere le stesse sensazioni. Immaginare chi altro ha toccato quella foto, chi l'ha vista. Immaginare se qualcuno l'ha persa o la sta cercando.



Il primo disegno
MARITUZZA -
I lunghi capelli della mamma



Che domande credi si possa porre il fruitore dinnanzi ad esse?


Spesso capita che la gente si soffermi a lungo sui miei disegni, cerca i dettagli, studia l'espressione del viso , probabilmente cerca l'inizio e la fine del percorso che ho fatto con la penna.

Che tipo di arricchimento potrebbero dare in un ordinario contesto abitabile?


L'arricchimento che puo' dare qualsiasi opera d'arte, di qualsiasi livello credo sia prima di tutto emotivo. Non mi e' mai capitato di comprare un disegno o un dipinto perche' avevo un buco nella parete da coprire ma perche' in qualche modo mi ha colpito emotivamente e l'ho desiderato tanto da acquistarlo e poi trovargli un posto in casa. Spero sia lo stesso per gli altri con i miei disegni!

MARITUZZA - Il matrimonio



WITHOUT PAPERS
la sorella pazza
WITHOUT PAPERS
i pensieri di Angelo





















WITHOUT PAPERS
Una giornata al mare



su fb: WOPillustrations
tumblr: http://lauraarmato-illustration.tumblr.com/



giovedì 2 luglio 2015

Funzione e bellezza nelle lampade di Gabriele Gratton


CHI E’ GABRIELE GRATTON?

In una parola sola mi definirei un creativo, mi piace reinventare quello che ho, trovo o mi danno.Da un rotolo di spago realizzo una lampada, da tubi di plotter un appendiabiti. Fin da bambino mi piaceva creare, disegnare, colorare. Da una scatola di cartone nasceva una macchina o almeno io la vedevo così. Mi definirei anche un sognatore, cerco di vedere il bello nelle cose e cerco di imprimerlo in quello che creo. Il mio percorso professionale è stato tecnico perché mi hanno sempre detto che nella vita bisogna essere pratici non troppo sognatori, quindi quello che realizzo penso sia un insieme di queste due cose, la funzione e la bellezza. Spesso utilizzo materiali di recupero, scarti di lavorazioni che riadatto e alle quali ridò una seconda vita. Mi piacerebbe proseguire il mio percorso di crescita creativa “rimodernando e reinventando” complementi d'arredo che ormai ci hanno stancato o stonano con un arredo contemporaneo.

 

CHE STATO D’ANIMO HAI QUANDO LE REALIZZI?

Quando creo ho un senso di euforia, un insieme di emozioni difficili da spiegare che mi fanno lavorare veloce con la mente e con le mani.

COSA RAPPRESENTI NELLE TUE OPERE DI DESIGN?

Il bello della vita, la gioia, il colore, il calore … in poche parole sensazioni, emozioni che spero di evocare. Negli anni ho realizzato quasi solo lampade perché con i giochi di luci e ombre si hanno grandi effetti, inoltre devono essere sia belle da spente che da accese, non troppo cariche ma neanche troppo smorte e sopratutto collocabili in qualunque contesto creativo.

CHE TIPO DI ARRICCHIMENTO POTREBBE DARE IN UN ORDINARIO CONTESTO ABITABILE?

Quello che realizzo va a rompere gli schemi, mi piacerebbe prima di iniziare un’opera avere un contatto con chi poi andrà a comprarla per capire che tipo di persona sarà il suo fruitore, e in quale ambiente andrà ad essere collocata. Penso che le mie opere siano qualcosa di diverso, non il solito complemento d'arredo necessario per abbellire una stanza, ma un qualcosa che si differenzia e allo stesso tempo si amalgama, con un valore aggiunto rispetto ad un ordinario contesto abitabile.

 fb grabriele gratton

lunedì 22 giugno 2015

Francesca Macor - IMAGINARIUM


no man's land


Chi è Francesca Macor?


Sono dagli ultimi tre anni studentessa di Architettura, prima ancora di arte e disegno; mi applico in diversi
campi artistici, illustrazione, fotografia, architettura, scrittura, artigianato, musica, interessandomi ad un’ancora più vasta gamma di argomenti che non riguardano il solo ambito artistico, come storia, scienza, letteratura.

 

Cosa rappresenti nelle tue opere?


Ciò che rappresento sono elementi di tutti i giorni, scenari, oggetti o soggetti che sono continuamente sotto il nostro sguardo, trasfigurati però dal disegno stesso, con linee e tratti oppure dal colore, o invece attraverso l’unione con qualcosa di completamente diverso. Altre volte rappresento invece quello che sogno.

Butterfly thoughts


follow me down

 

Che stato d'animo hai quando le realizzi?


Non ho uno stato d’animo ricorrente, dipende dal momento; può anche passare diverso tempo dal momento
del concepimento dell’idea alla sua realizzazione ed ancora altro tempo fino al suo completamento perciò non ho mai un sentimento individuabile in modo preciso.

 

Che domande credi si possa porre il fruitore dinnanzi ad esse?


Più che domande potrebbero portarlo a pensare a ciò che può esistere al di là di quello che vediamo, a cosa significhi un accostamento di immagini apparentemente diverse tra loro, a capire cosa gli provochi la sintetizzazione del visibile o il pensiero di trovarsi nel sogno di qualcun altro. Oppure assolutamente nulla, l’arte non deve necessariamente avere uno scopo.

Che tipo di arricchimento potrebbero dare in un ordinario contesto abitabile?


La semplice estetica.


e su twitter @c_macor
dream
infrared dawn
apocalypse please