martedì 30 dicembre 2014

Bianca Raluca Schroder e le sue Opere. Bisbigli intuitivi come espedienti creativi.

Tanguy: Chi è Bianca?


..Se dovessi parlare di Bianca, la cosa più semplice e noiosa sarebbe farlo dal punto di vista cronologico. Nasce nel 1993, in Romania, in una piccola piccola città dimenticata persino dal proprio Paese. Trovandosi  a Barlad, vicino al confine con la Moldavia, ha tutte le caratteristiche di una città dell'Est Europa. Si mischiano in questo luogo  una serie di sensazioni e contraddizioni come per esempio la lentezza dello scorrere del tempo; o meglio dire che lì il tempo scorre pesantemente, più che lentamente. Ma, scherzo del destino, l'animo delle persone che vivono questa città è leggerissimo, tutt'oggi non riesco a ben capire se costituisce una loro qualità o se deriva in parte della loro non conoscenza di ciò che sta fuori. 
Pensando ora alla mia città mi viene in mente la risposta che Emil Cioran diede in una sua intervista in cui gli veniva chiesto quale fosse la principale caratteristica di questo popolo. 

Lui disse che "il popolo rumeno è quello che più fatalista ci sia al mondo". Ed è così, perché le persone vivono come se niente al mondo potesse modificare o salvare la loro esistenza, affidandosi così al crudo (non crudele) destino che viene loro incontro.
Dunque Bianca visse lì per i suoi primi 15 anni finché i suoi genitori decisero di sottrarre lei e l'intera famiglia  a questa inerte sorte ma il punto di partenza del suo percorso artistico fu la scuola media d'arte e musica che frequentò. Si diploma successivamente presso l'Istituto d'arte di Fano in Italia e si iscrive all'Accademia di belle arti di Bologna che tutt'oggi segue.




Tanguy: Cosa rappresenti nelle tue opere?


Ci sono secondo me due modi di risponderti: l'uno è esporre dettagliatamente di cosa effettivamente parlano lei mie opere e l'altro è spiegarti di cosa non parlano le mie opere.
Immaginati una spirale, si può parlare di questo argomento partendo da lontano per arrivare via via al nocciolo della questione, ed è un metodo estremamente efficace perché offre una quantità maggiore di conoscenza sul soggetto. 

Dunque, non tanto tempo fa, i miei lavori erano molto più figurativi, e aggiungerei più capibili e comuni nel senso mediocre della parola. Nascevano dal bisogno preciso di parlare di un certo tema scelto e se riuscivano a esaurire quello che avevo da dire su tale tema si può dire che il lavoro finiva lì. Dava il suo contributo ed il suo ultimo respiro per poi affidarlo al polveroso. Erano lavori consumabili e facilmente digeribili per me per prima che per gli altri e non esigevano un collegamento tra loro, se non il fatto che erano creati dalla stessa mano.

Appena però una persona inizia a farsi più domande di quante risposte può reggere, le cose diventano più sincere e complesse. 
Questo fatto porta con sé due effetti: il primo luogo, non puoi più sapere se le persone che prima ammiravano il tuo lavoro sono ancora disposte a spendere un maggior impegno d'intelligenza per riuscire a seguire il tuo percorso ed in secondo luogo le opere diventano un unico grande lavoro, il mio unico lavoro; non che con questa cosa io intenda che se si vuole capire qualcosa si devono vedere gli elaborati contemporaneamente ma tener conto che se quel determinato quadro esiste, esiste perché altri quadri, eventi e pensieri lo hanno preceduto.

E sensazioni; perché bene o male si ha mentalmente la concezione dell'artista come persona più propensa a sensazioni e intuizioni rispetto ad altri, o no? 
Personalmente le intuizioni le sento come quando una persona si trovasse al buio totale, ti arrivano da qui come bisbigli frettolosi da cui credi di aver capito qualcosa. E siccome nel buio i bisbigli sono l'unica cosa che ti somiglia e che credi ti possano comunicare qualcosa, cominci a seguirli brancolando. San Tommaso d'Aquino dice che "non vi è nulla nell'intelletto che prima non fu nei sensi" ma io mio problema è che vi è molto nei sensi che non è ancora arrivato all'intelletto.

Ora, è ovvio che queste intuizioni non sono mai concetti imperativi. Io mi sento in dovere di tradurli in un espediente che non per forza deve essere un quadro, questo è ciò che faccio. Le mie traduzioni hanno però il vizio di far passare del lungo tempo prima di farmi capire se ho tradotto bene, così che ad imparare la lingua dell'arte ci metto un arco di tempo non calcolabile. 
Si capisce dunque che non sono i miei lavori a esser considerati da me il fulcro dell'attenzione, ma questi bisbigli di cui si parlava prima, sono essi il fattore muovente del tutto. E se un tempo mi dovessero comunicare una verità evidente e io mi trovassi a capirla, smetterò di creare, perché il gesto non avrebbe più alcun senso.


Tanguy: Che stato d’animo hai quando le realizzi?


Sconforto. Mi chiedo continuamente cosa sto facendo. Esiste la pittura come svago, certamente, l'ho vista fare alla gente ma è di importanza esclusivamente personale e dovrebbe restar tale. Per esempio se una persona qualsiasi impara a suonare la canzoncina del "tanti auguri" non si autodefinirà un musicista e si esibirà. Beh però nell'arte questo succede, ed è per colpa delle gallerie a pagamento ma questo è già un'altro discorso..


Tanguy: Che domande credi si ponga il fruitore dinanzi ad esse?


Dipende dal fruitore..la miglior cosa sarebbe non avere fruitori che implicassero quel tipo di persone che come prima cosa ti chiedono: "che cosa vuol dire questo quadro?" ma ci sono sopratutto se sono abituati alla logica dell'arte tradizionale. Per esempio, nel caso dell'arte didascalica che popolava le chiese medioevali e rinascimentali aveva senso per quei tempi, ma i tempi sono inevitabilmente cambiati. Il 900 è accaduto ma molti continuano a far finta che non sia così
Il 900 è accaduto e gli artisti di quel tempo hanno pensato che le persone fossero diventate in grado di assorbire anche altro oltre alla pappa pronta.


Tanguy: Che tipo di arricchimento potrebbero dare in un ordinario contesto abitabile?


Qui la questione è molto semplice per come la vedo io: ognuno di noi è un complessissimo essere umano e raramente si ha tempo per questioni che in qualche modo non riportino al proprio. Ci si circonda di cose che ci assomigliano, cose che hanno un minimo di noi, altrimenti le sentiamo estranee e le allontaniamo. A maggior ragione questa cosa succederà nella propria casa, ed io sarei fiera di seminare pezzi di me nei luoghi di persone che hanno maggior o minor propensione verso le stesse questioni mie.



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